Maggio è stato terribile per le truppe USA in Iraq!
Tanto che alla grande base di Fort Lewis (19 morti questo mese, 127 in tutto), i comandi hanno deciso di non tenere più servizi funebri individuali. D’ora in poi, una funzione al mese per tutti i morti nel periodo.
Altra novità: gli amputati in combattimento non vengono dimessi, ma riabilitati, forniti di protesi e rimessi al servizio attivo, «anche in combattimento, se lo desiderano».
E’ accaduto al sergente Tawan Williamson, che ha perduto una gamba sul suo Humvee centrato da una mina.
Oggi, con una protesi ad alta tecnologia, tornerà in servizio come «affirmative action officer» nella base di Okinawa.
Almeno, sarà dietro a una scrivania. I soldati che hanno perso un arto in Iraq e in Afghanistan sono, ufficialmente, seicento.
Di essi, 31 sono tornati al servizio attivo. Alcuni di loro hanno già compiuto rastrellamenti casa per casa, scorte ai convogli ed altre missioni in zona bellica, con i loro arti artificiali.
Su loro richiesta. Ma l’esercito americano non scarta più gli invalidi.
Il senatore Joseph Lieberman, il più focoso sostenitore di Israele e delle guerre americane del partito democratico, e per questo clamorosamente bocciato alle primarie del 2006 nel suo Connecticut e tuttavia rimesso sulla poltrona di senatore dalla nota lobby come indipendente, ha fatto visita alle truppe a Baghdad.
E’ stato accolto dai soldati con una serie di domande, che lo specialista David Williams di Boston, 22 anni, ha annotato e letto per tutti.
«Quando andremo via di qui?».
«Quando arrivano gli Humvee corazzati che resistano alle mine penetranti?».
«Quando arrivano i giubbotti antiproiettile adatti al clima?».
Lo specialista Will Hedin, 21 anni, di Chester, Connecticut: «Non stiamo facendo progressi. Sembra che andiamo gironzolando sui mezzi in attesa di essere sparati».
Williams non ha avuto il coraggio di leggere l’ultima riga delle domande preparate: «Non abbiamo la sensazione che le cose migliorino».
Lieberman, in giubbotto, elmetto e occhiali da sole, ha risposto: «E’ importante che non perdiamo la nostra volontà - il ritiro sarebbe un disastro. Una vittoria per Al Qaeda e una vittoria per l’Iran».
Poi è partito. I soldati sono rimasti.
Deve covare un umore inquietante nel mondo militare americano, se Robert Gates, il ministro della Difesa, ha toccato il delicato tema del rapporto fra l’apparato militare e il potere civile nel suo discorso agli allievi ufficiali promossi della US Navy e dei Marines nella scuola navale di Annapolis.
«Oggi», ha detto, «voglio esortarvi a ricordare sempre i due pilastri della nostra libertà sotto la Costituzione: il congresso e la stampa. Entrambi a volte mettono a dura prova la nostra pazienza, ma sono la più sicura garanzia delle libertà americane».
Ha ricordato che il Congresso è «il ramo dello stato co-eguale [al presidente] che per la Costituzione leva le armate e la marina».
Poi: «Il corpo militare deve essere a-politico e riconoscere che deve al Congresso l’onestà e la lealtà nel riferire ad esso. Specie quando questo comporta l’ammettere errori o problemi».
Quanto ai media, «la stampa non è il nemico. E trattarla come tale è suicida».
Ha insistito.
Gates: «Come i Padri fondatori hanno saggiamente compreso, il Congresso e una libera stampa, insieme a un corpo armato apolitico, assicurano la libertà di una nazione. Un osservatore francese scrisse di George Washington nel 1782: ‘Questo è il settimo anno che egli comanda l’esercito e che obbedisce al Congresso; non occorre dire di più’».
Discorso enigmatico e inquietante.
Che può essere una risposta indiretta a Bush, che di recente ha criticato pubblicamente la proposta del Congresso di stabilire una data per il ritiro, con queste parole: «La questione è: chi deve prendere la decisione, il Congresso o i comandanti sul campo? Io sono il tizio-comandante (the commander guy)».
Cosa che ha ripetuto in una conferenza-stampa il 24 maggio: «Sentite, volete che siano i politici a prendere queste decisioni, o i comandanti sul terreno? Io dico che mi fido di più del generale David Petraeus come adatto a fare una valutazione e una raccomandazione, meglio che la gente nel Congresso. Questa è la differenza».
Sono discorsi di tenore golpista.
Bush sta incitando gli alti gradi a disobbedire al Congresso, a prendere l’iniziativa?
E quale?
La presa di potere sopra il potere civile?
Forse «the commander guy» presuppone che gli alti gradi militari amino più lui del Congresso?
Difficile crederlo: ha avuto numerose prove, da generali che si sono dimessi per poi criticare apertamente il ministro Rumsfeld, o che hanno rifiutato i suoi incarichi (da ultimo quello di «zar» o supervisore delle guerre-disastro), che gli alti gradi diffidano di lui e lo disprezzano; e sanno precisamente che li ha gettati in avventure senza senso, il cui unico sbocco è già oggi l’esaurimento morale e materiale, e sarà la vergogna militare.
Robert Gates - che è stato messo a quel posto non da Bush ma dai «realisti» - lo sa bene.
Perché allora ha parlato come davanti ad ufficiali sediziosi, tentati dal colpo di Stato militare? Oppure li ha esortati, più o meno indirettamente, ad obbedire al Congresso più che al presidente, a non impedire un «putsch democratico», a restare «apolitici» ossia neutrali, se divenisse necessario esautorare Bush?
Dick Cheney resisterebbe con «ogni» mezzo, anche illegale, ad una deposizione che può finire in un processo per lui rovinoso.
Circolano sempre più insistenti le voci che il vicepresidente, con i suoi neocon, stia preparando un colpo di mano militare in Iraq, forse mettendo da parte il debole presidente, che accusa di essere «wimp», un pauroso.
C’è un’altra ipotesi sullo sfondo: proprio gli eserciti sconfitti e mal impiegati, gli eserciti svuotati in avventure esterne sciagurate, possono diventare un pericolo interno, desiderosi di usare la forza «come un pugno chiuso» per sfogare la loro rabbia e frustrazione contro «i politici».
Gates ha ricordato che il generale Washington, dopo sette anni di comando militare in guerra, ancora obbediva al Congresso.
La guerra di Bush dura già da sei anni in Afghanistan, e da quattro in Iraq.
E i generali devono rimandare in linea i mutilati per colmare le fila di un esercito svuotato.
Inquietante, in ogni caso.
Maurizio Blondet
TRADUCI: