L’opposizione ha bocciato alcuni emendamenti che aveva presentato solo perché erano stati recepiti dalla Commissione. Se noi diciamo sì, loro dicono no, comunque». Spiegazione ineccepibile se non fosse che, a forza di votare no, a quell’ora la Cdl è già riuscita a battere quattro volte la maggioranza. Quattro cadute che tutti, nell’Unione, cercano di minimizzare. «Non dimentichiamoci - spiega il “battitore libero”Manzione - che stiamo parlando di provvedimenti economici. Anche nelle precedenti legislature il governo andava sotto. Ci sono interessi locali da difendere, al di là degli schieramenti». Già, ma sempre di quattro cadute si tratta. E in un periodo in cui la crisi del governo si avvicina ogni giorno di più, non è certo un bel vedere. La «tragica» giornata dell’Unione inizia dopo le 11. In Aula si discute l’emendamento che prevede lo scioglimento della Società Stretto di Messina spa. Il sottosegretario Mario Lettieri fiuta aria di crisi e, in extremis, si rimette al giudizio dell’Aula. Mossa azzeccata. L’emendamento viene bocciato con 160 no, 145 sì e sei astenuti. La maggioranza cade, non il governo. Con la Cdl votano Formisano, Giambrone e Caforio dell’Italia dei Valori; Barbieri e Montalbano del Partito socialista. Si astengono il senatore a vita Emilio Colombo e altri cinque senatori della maggioranza (Dini e D’Amico dei Liberaldemocratici; Perrin, Pinzger e Tahler del Gruppo per le Autonomie). Franca Rame vota in dissenso dall’Idv e poche ore dopo annuncia che lascerà il gruppo («Non condivido la posizione Di Pietro su ponte Stretto»).Tempesta passeggera? Tutt’altro. Si vota sulla soppressione della Scuola superiore di Pubblica Amministrazione, Unione nuovamente battuta (160 no, 149 sì e un astenuto). Anche stavolta i diniani si schierano con la Cdl (si aggiunge pure Scalera che sul Ponte non era riuscito a raccordarsi con gli altri due) assieme all’indipendente Fisichella. Sembra finita, ma l’Unione cade altre due volte. In ambedue le votazioni si registra un pareggio che, al Senato, equivale ad un voto negativo. L’Aula boccia prima l’emendamento del capogruppo dell’Udeur Barbato per l’assunzione di dirigenti dell giustizia (155 pari), poi respinge un emendamento sul digital divide (156 pari). A questo punto la fiducia sembra l’unica soluzione per evitare il tracollo.
Si arriva alla pausa pranzo. Si riunisce la conferenza dei capigruppo che decide di proseguire le votazioni fino in fondo. Niente fiducia. Nella buvette del Senato Mastella commenta: «Meglio cadere sul decreto fiscale che sulla fiducia». C’è tempo per un’ulteriore caduta e per un litigio tra Dini e Treu ormai ex compagni di partito («Lo so - lo apostrofa l’ex premier - che andavi in giro a dire che ero pronto per la pensione. Invece in pensione vi ci mando io…»). E Bordon commenta amaro: «Siamo ad una virgola dal tana libera tutti». In serata, il sesto schiaffo, si credeva l’utlimo: maggioranza battuta di un voto su un emendamento della Lega Nord per il
commissariamento dell’Ordine Mauriziano. Intorno all’una di notte invece arriva la sberla finale: l’emendamento del senatore del Gruppo Misto, Fernando Rossi, che raddoppia il bonus per gli incapienti (da 150 a 300 euro) è stato votato, oltre che dal centrodestra, anche dall’altro dissidente della sinistra radicale Franco Turigliatto.
Nella votazione si è astenuta Silvana Amati, dell’Ulivo. Determinanti i due senatori della sinistra, che hanno portato i sì a quota 157, mentre i no si sono fermati a 155.
TRADUCI: