Camicette nere Il clientelismo uccide, ASL e sistema sanitario corrotto e mafioso
Mag 13

Quando io m’installai a Montréal da immigrato, mi accorsi con sgomento che noi italiani, in Québec, eravamo considerati una razza molto propensa al crimine.
Constatai nello stesso tempo, però, che pochissimi nomi italiani figuravano nelle pagine di cronaca nera, zeppe invece di nomi quebecchesi.
Un criminologo, certo Ribordy (Ribordy, F.-X.: «Immigration, conflit de culture et criminalité des Italiens à Montréal», thèse Ph. D., Université de Montréal, Ecole de criminologie) si propose addirittura di studiare questa «predisposizione al crimine» degli italiani del Québec, ed emise l’ipotesi che il fenomeno fosse da attribuire al disadattamento dovuto alla loro condizione d’immigrati.
Per condurre scientificamente la ricerca e trovar conferma alla sua ipotesi di partenza sull’alto indice di criminalità dei membri della comunità italiana, lo studioso decise di partire dai dati statistici sui crimini da loro commessi.
Era infatti convintissimo di poter trovare con facilità la prova di quella che per lui - e per tutti gli altri - era una verità lapalissiana, vale a dire che il nostro gruppo fosse massicciamente rappresentato nelle aule di tribunale e nelle galere.
Rimase, quindi, enormemente sorpreso quando i dati statistici, da lui raccolti con metodo scientifico, gli diedero torto.
Questi dati provavano non solo che, in Québec, gli italiani non erano «più criminali» degli altri, ma che lo erano molto ma molto di meno.

Per l’esattezza, in Québec, la percentuale degli italiani autori di crimini era di ben sette volte inferiore a quella del resto della popolazione.
Si stentava quasi a crederlo, ma questa era la verità.
Ribordy dovette poi riconoscere anche che una porzione del ridotto numero di infrazioni penali imputate agli immigrati italiani era connessa al gioco d’azzardo.
In pratica costoro erano stati beccati mentre giocavano a carte, con amici e conoscenti, per denaro.
A ciò si aggiunga che un certo numero di arresti era dovuto al fatto che gli italiani avevano tendenza ad alzare la voce, e a gesticolare e ad agitarsi in maniera eccessiva, il che poteva tradursi in una
condanna per turbativa della quiete pubblica.
Tutti noi sappiamo che nel passato, a Montréal, era persino proibito star fermi sul marciapiede e conversare con gli amici.
Insomma, Ribordy dovette ammettere che non solo gli italiani davano uno scarso apporto al crimine, ma che una parte dei crimini a loro imputati era di natura «culturale», non costituente quindi una seria minaccia per la società.
Che sia la stessa cosa per gli extracomunitari emigrati in Italia?
Che gli extracomunitari della penisola siano in realtà molto più ligi alle regole e rispettosi della legge degli italiani stessi?
Che l’impressione negativa che si ha di loro sfogliando le pagine di cronaca dei giornali nasca in realtà dai nostri pregiudizi anti-straniero?
Tutto è possibile, ma io nutriamo seri dubbi…
Diversi indizi proverebbero che l’alto numero di stranieri presenti nelle carceri del Belpaese è decisamente sproporzionato rispetto al numero totale delle presenze straniere in Italia.
Sarebbe quindi opportuno conoscere l’entità del contributo dato alla criminalità dagli extracomunitari e soprattutto da quelli clandestini.
Non dispiaccia la realtà al giornalista Gian Antonio Stella, che equipara, dando prova del solito compiacimento autodenigratorio italiano, gli immigrati stranieri di oggi agli emigrati italiani di ieri.

Claudio Antonelli (Montreal)

TRADUCI: bandiera americana

One Response to “Extracomunitari e criminalità”

  1. Alberto Says:

    Ottimo articolo.

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