Quanto sta accadendo in Somalia ripropone all’attenzione del mondo il drammatico problema degli aiuti all’Africa. Che però è d’una qualità e di un senso diversi da quelli di cui comunemente si parla. Non si tratta del fatto che tali aiuti vengono dati spesso a dittatori corrotti e spietati e che le pretese elargizioni “umanitarie” abbiano in realtà lo scopo di favorire questa o quella fazione politica più vicina agli interessi dei paese donatore o che abbiano l’effetto di incoraggiare e i incrudelire, in virtù delle armi tecnologiche di cui consentono l’acquisto, le lotte tribali o che vadano sprecati e perduti o, ancora, che finiscano in buona parte nelle mani dei partiti o di funzionari corrotti. Tutte queste cose esistono e sono gravi. Ma la questione fondamentale e un’altra.Sono stati proprio gli aiuti dei paesi industrializzati anche quando animati da intenzioni meno oblique, ad aver rovinato l’Africa. Scrive Livio Caputo sul Corriere della Sera: “Dobbiamo prendere atto che il tentativo di impiantare la civiltà moderna in Africa non è riuscito e che gli interventi esterni sono stati vani o addirittura controproducenti. Sono lieto che il Corriere (o perlomeno Caputo) se ne sia accorto perché è quanto vado sostenendo da anni anche dalle colonne di questo giornale.
L’Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Agli inizi del secolo, come ammettono gli stessi funzionari della Cooperazione allo sviluppo, il Continente nero era alimentarmente autosufficiente. Il primo colpo mortale glielo ha dato l’arrivo della medicina occidentale. La popolazione dell’Africa subsahariana, per esempio, è passata dai 100 milioni dei 1900 ai 230 dei 1960 per arrivare ai 450 milioni di oggi. Si tratta di una crescita esponenziale assolutamente insostenibile. In precedenza l’alta mortalità natale e perinatale manteneva la popolazione africana nel suo equilibrio. Si dirà che questo è un discorso crudele, nazista e proprio di nazismo fu accusato il professor Giorgio Morpurgo, medico di fama internazionale, quando ad un Costanzo Show osò porre la questione. Ma forse ci si dovrebbe anche chiedere, ogni tanto, se non sia più crudele salvare neonati destinati, secondo selezione naturale, alla morte per farli crepare di fame e di inauditi stenti una volta divenuti bambini consapevoli di otto, di dieci, di dodici, di quindici anni. In secondo luogo l’intrusione violenta del modello industriale nel Continente nero ha disintegrato il tessuto sociale, istituzionale, etico, ambientale, economico, psicologico, emotivo in cui vivevano quelle popolazioni. Reso eccentrico rispetto alla propria cultura. sradicato nel suo stesso ambiente, l’africano è diventato un miserabile là dove prima era soltanto un povero o, meglio, un uomo che viveva secondo i propri ritmi, I propri costumi, le proprie tradizioni, le proprie convinzioni, le proprie istituzioni. E se si va a guardare al fondo delle cose, se si va cioè a frugare, per dirla con Sartre, nelle mutande sporche del l’industrialismo, si vede che l’esportazione di questo modello, compresi tutti i suoi aiuti, non ha nulla di “umanitario”, ma risponde alla inderogabile necessità dei capitalismo (che è un sistema basato sulla continua espansione e che, come una bicicletta, si tiene in piedi soltanto in velocità) di allargare i propri mercati. Quello che i paesi industrializzati danno con la mano “umanitaria” se lo riprendono infatti con l’altra. E’ stato calcolato, per esempio, che per ogni dollaro “donato” dal cosiddetto Nord del mondo ai paesi del Sahel,a questi stessi paesi sono venduti tre, a volte cinque, a volte addirittura quindici dollari (è il caso dell’Urss)di prodotto finito. Ecco perché ci sono oggi paesi “in via di sviluppo” che sono più poveri non solo in senso relativo (cioè rispetto alla aumentata ricchezza degli altri), ma anche in senso assoluto, vale a dire più di quanto non lo fossero prima dell’affermazione mondiale della rivoluzione industriale. E’ il caso dell’Africa costretta a procurarsi altrove un quarto del proprio nutrimento, ma è il caso anche di altri paesi del Terzo Mondo come, per esempio, il Venezuela che aveva in passato una fiorente produzione agricola e che oggi è costretto, in virtù delle interdipendenze create nel sistema mondiale dallo sviluppo industriale, ad importare più della metà del proprio fabbisogno alimentare. In un certo senso era motto meglio il vecchio colonialismo. Perché rapinava direttamente le risorse dei paesi occupati, ma non costringeva le popolazioni indigene ad omologarsi (ci teneva anzi alla netta separazione fra le due culture) e quindi non li corrompeva. E per questo,credo, che Desmond Tutu ha potuto affermare: “C’erano più libertà e giustizia nel continente ai tempi del colonialismo europeo di quante ce ne siano oggi”. Ma il capitalismo industriale non può accontentarsi delle risorse dei paesi che colonizza economicamente, ha bisogno della loro anima, di assimilarli a sé. Questo spiega anche le violenze terrificanti cui stiamo assistendo in questi giorni. Quella violenza, in buona parte, gliela abbiamo portata noi. Perché chiunque conosca un poco gli africani, almeno quelli non ancora dei tutto contaminati dal nostro modello, dalla nostra cultura, dalle nostre scuole, dalle nostre armi, dall’imitazione parodistica delle nostre istituzioni, sa che il nero è un istintivo, ma non è, di natura, un violento. Alla guerra vera ha sempre preferito, di gran lunga, quella rituale. Mi ricordo che, molti anni fa, assistevo, a Bangui, ad un convegno cui partecipavano etnie provenienti da tutta l’Africa per discutere, appunto, il problema della guerra. Ad un certo punto si alzò il rappresentante di una tribù ritenuta fra le più arretrate il quale raccontò che, si, anche dalle loro parti c’era stata, una volta, una guerra, una cosa proprio terribile, tremenda, spaventosa, ma ad un certo punto, per la contesa di un pozzo, c’era scappato il morto e la guerra era finita subito. Questa era. in buona misura, l’Africa prima che noi cominciassimo ad aiutarla.
TRADUCI: