Quando io m’installai a Montréal da immigrato, mi accorsi con sgomento che noi italiani, in Québec, eravamo considerati una razza molto propensa al crimine.
Constatai nello stesso tempo, però, che pochissimi nomi italiani figuravano nelle pagine di cronaca nera, zeppe invece di nomi quebecchesi.
Un criminologo, certo Ribordy (Ribordy, F.-X.: «Immigration, conflit de culture et criminalité des Italiens à Montréal», thèse Ph. D., Université de Montréal, Ecole de criminologie) si propose addirittura di studiare questa «predisposizione al crimine» degli italiani del Québec, ed emise l’ipotesi che il fenomeno fosse da attribuire al disadattamento dovuto alla loro condizione d’immigrati.
Per condurre scientificamente la ricerca e trovar conferma alla sua ipotesi di partenza sull’alto indice di criminalità dei membri della comunità italiana, lo studioso decise di partire dai dati statistici sui crimini da loro commessi.
Era infatti convintissimo di poter trovare con facilità la prova di quella che per lui - e per tutti gli altri - era una verità lapalissiana, vale a dire che il nostro gruppo fosse massicciamente rappresentato nelle aule di tribunale e nelle galere.
Rimase, quindi, enormemente sorpreso quando i dati statistici, da lui raccolti con metodo scientifico, gli diedero torto.
Questi dati provavano non solo che, in Québec, gli italiani non erano «più criminali» degli altri, ma che lo erano molto ma molto di meno.
Mag 13