Anche se tutti, noi no Extracomunitari e criminalità
Mag 13

Annalisa Terranova , di cui conservavo un buon ricordo, ha scritto un libro che si intitola: Camicette nere.

Il titolo trae in inganno il lettore che, incuriosito, lo acquista. In una parola la giornalista impegnata al “Secolo d’Italia” non ha potuto non citare signore che godono lauti appannaggi da deputato alla Camera, o anche dall’assemblea di Strasburgo, per la benevolenza del capo indiscusso di An. Ovviamente si tratta di signore che la camicetta nera non l’hanno mai indossata, o se pure è capitato per qualcuna, ha poi platealmente ripudiato il nero, riservandolo se mai a indumenti più nascosti.

Ma non si tratta soltanto delle deputatesse, anche le altre che la consumata giornalista cita, non sono affatto messe in luce in quanto fasciste, come promette la ben studiata copertina, si pensi che Francesca Mambro, viene presentata come un bastian contrario senza ideali e le fa dire addirittura: «…e con ogni probabilità se fossi nata durante il Ventennio sarei stata con i partigiani in montagna».

Con altrettanta predilezione per il paradosso si può dire che la sperimentata saggista, con professionale competenza ci fa sfilare tante donne di destra confondendole con “camicette nere”.

A me, francamente, pare un altro dei tanti tentativi di trasbordo ideologico inavvertito.

     Colgo lo spunto datomi da Annalisa Terranova per ricordare donne che la camicetta nera l’hanno portata con onore e non mi riferisco alle donne fasciste che nel Ventennio militarono nelle organizzazioni del “Partito”, di cui si potrebbe pensare che lo facessero pure per opportunismo, vorrei parlare delle misconosciute fasciste clandestine che conservarono intatta la loro fede nei giorni e negli anni della persecuzione antifascista, della invasione del nemico, travestito da “liberatore”.

Per cominciare voglio ricordare le eroiche donne fasciste di Asmara che si assoggettarono, dopo l’occupazione inglese dell’Eritrea a contrabbandare ovuli di alluminio contenenti microfilm di importanti documenti che avrebbero potuto influire notevolmente sull’esito della guerra. Queste donne sarebbero tornate in Italia con le due navi ospedale che dovevano rimpatriare tubercolotici, donne e bambini.

Un’enorme quantità d’informazioni e documenti microfilmati era stata racchiusa  in cinque ovuli d’alluminio a tenuta stagna che vennero introdotti nelle vagine di un gruppo di signore, eroicamente patriottiche, tutte consorti di uomini di fede sicura, che furono preventivamente ricoverate per l’applicazione e per esercitarle nell’estrazione. L’operazione tuttavia non era esente da pericoli. Una delle signore, infatti, Elvira D., subì un’estrazione traumatica e molto dolorosa, che causò un’emorragia già in navigazione. Ricoverata d’urgenza, appena sbarcata, all’ospedale “Forlanini” di Roma non fu possibile salvarla. Tanto eroismo non servì a nulla poiché i microfilm finirono in mano al contrammiraglio Maugeri.

    Sento il dovere di rievocare anche la figura di Maria D’Alì, studentessa universitaria, che avendo aderito al gruppo fascista clandestino di Trapani subito dopo l’invasione, fu reclusa con gli altri prima nel campo di concentramento di Aulla (TP) e poi nel tetro carcere dell’Ucciardone, a Palermo.

Figura muliebre di fascista clandestina di notevole spessore è la principessa Maria Pignatelli, moglie di Valerio, capo del fascismo clandestino nel meridione. Intrattenevano relazioni cordiali con alti ufficiali “alleati”, con politici  e militari “badogliani” per carpirne informazioni di carattere  militare e politico, che poi trasmettevano in Rsi, con una radio clandestina.

Maria Pignatelli dovette attraversare le linee per andare a conferire col Duce a Gragnano. durante una colazione al Quartier generale tedesco, sul monte Soratte, con Barracu e Kesserling, questi ebbe a scrivere su di un cartoncino, che era sul tavolo “Se l’Italia ha molte donne intrepide come lei è una nazione che non può morire“.

Al suo ritorno al sud fu arrestata dagli inglesi, sottoposta ad interrogatori stressanti, fu messa due volte al muro per finte fucilazioni, poi fu passata ai carabinieri italiani del SIM (Servizio informazioni militari); ufficiali la percossero con schiaffi e pure con il calcio della pistola sulla fronte provocandole una ferita lacero contusa da cui sgorgò sangue copioso.

Peregrinò dal carcere di Rebibbia, a Roma, a vari campi di concentramento: a Padula, a Collescipoli (TR), e in ultimo, nel campo di “Miramare” (tra Rimini e Riccione) da cui evase audacemente, rimanendo latitante fino al 1947.

In tutte le carceri ed i campi dove fu rinchiusa, la principessa divenne guida morale e politica delle altre internate. Voglio citate anche donne che furono recluse in campi di concentramento con la principessa Elena Rega del fascismo clandestino di Napoli e Elda Norchi del gruppo “Onore” di Roma.

Tornata alla vita civile, si interessò sempre di aiutare i camerati perseguitati dalla sorte, e soprattutto dagli antifascisti. E per questo, pur essendo ancora latitante, a Roma, fondò il MIF (Movimento Italiano Femminile Fede e Famiglia), organismo semiclandestino. che si era posto il compito dell’assistenza  ai fascisti emarginati, lasciati senza lavoro, messi alla fame, perseguitati da antifascisti di ogni rango e di ogni risma, ma ancora peggio, da voltagabbana in foia di rifarsi una verginità politica.

Il Mif aiutava anche i fascisti rinchiusi nelle carceri, spesso in condizioni disumane, condannati a gravissime pene, venivano soccorsi da quell’organizzazione per ottenere  la revisione del processo, con  l’impegno professionale gratuito di avvocati fascisti o simpatizzanti.

Ma il Mif aveva anche programmi di carattere ideologico e propagandistico, nella piena adesione alla più stretta ortodossia fascista. La sua rivista Donne d’Italia (semiclandestina,  a diffusione controllata)  oltre a diffondere le idee e i valori fascisti, dava spazio a quei  giornalisti che non avevano rinnegato i propri ideali e che di conseguenza erano rimasti senza lavoro.

Annalisa Terranova, in verità, cita Maria Pignatelli, ma si limita a scrivere che animò il MIF “per dare assistenza alle vedove di caduti fascisti, l’aiuto ai detenuti politici”, e trascura, però, di scrivere che il Mif si occupò attivamente di politica nel solco della più ortodossa idea fascista e che non fu un movimento esclusivamente femminile, come farebbe pensare la sua denominazione. Moltissimi fascisti di rilievo parteciparono validamente all’impegno assistenziale del Mif, ma anche e soprattutto all’attività politica che rimaneva ufficialmente defilata rispetto al programma protocollare del movimento.

Particolare cura si teneva, com’è facile intuire, nel mascherare l’impegno ideologico e la propaganda fascista.

Fra le donne che si dedicavano più particolarmente all’attività assistenziale, spiccavano moltissime dame dell’aristocrazia, ma il Mif s’impegnò a rintracciare anche le superstiti ausiliarie e ad affiliarle, assieme a molte altre donne di chiara ed intemerata fede fascista, tra queste la stessa Donna Rachele Mussolini, che più in là divenne presidente del Mif,

La segreteria effettiva del Mif fu sempre tenuta, però, dalla fervida ed inesauribile Maria Pignatelli fin da quando era costretta a vivere in clandestinità e ad usare lo pseudonimo di battaglia  “Teresa”. Ella teneva molto a dire, a scrivere e a ripetere che il Mif era stato istituito il 16 aprile 1944 sul lago di Garda, a Gargnano, durante la sua visita al Duce

Tra i soci aggregati cito Ezio Maria Gray, il comandante Nino Buttazzoni, Puccio Pucci, Piero Pisenti, Renato Ricci, Domenico Pellegrini Giampietro, l’avv. Giuseppe Orrù, reduce dalla Rsi, latitante, condannato a morte, ma direttore dell’ufficio legale del Mif, l’avv. Giuliano Bracci, l’avv. Filippo Ungano.

Ma quel che oggi può stupire e che forse spiega il silenzio della giornalista di An, è il fatto che il Mif allacciò rapporti con movimenti fascisti più o meno clandestini di altre nazioni, non escludendo però movimenti della destra legale. Già nei primi mesi del ‘46  l’attenzione si volse verso il  Parti Republicain de la Liberté (P.R.L.)  « Le parti le plus farouchement anticomuniste» in Francia. Frequenti contatti si ebbero anche con la Falange Femminile Spagnola e con il Deutsche Soziale Bewegung ( D.S.B.). di Karl Heinz Priester, con cui si intrecciarono stretti rapporti di collaborazione.

Contatti furono presi anche con Per Engdahl presidente del  Niysvenska Rorelsen  ufficio di collegamento dell’ Europaische Soziale Bewegung,  Movimento Sociale Europeo, (E.S.B.)  con sede a Malmö in Svezia.

Quando, nel febbraio 1955, il prof. Bardèche  organizzò l’assemblea costituente dell’  E.S.B. in Lussemburgo, il Mif, e soltanto il Mif, venne invitato in rappresentanza dell’Italia, avendo gli organizzatori scartato invece il Msi per la sua politica giudicata troppo possibilista. Il primo incontro di quella che verrà chiamata “l’Internazionale Fascista “ era avvenuto a Malmö nel 1951; rappresentarono l’Italia Fabio Lonciari ed Ernesto Massi.1

Per Engdahl viaggiò per tutta l’Europa, allacciando rapporti con movimenti e con personaggi

fascisti di rilievo; da ogni posto scrisse alla principessa.

Invitandola al congresso delle “destre“, da tenersi a Malmö dal 24 al 26 maggio del 1958, Per Engdahl le scrisse: «…in questo momento voi siete, può darsi, la sola che può salvare la continuità italiana nell’azione nazionale europea».

Per Engdahl venne poi a Roma per la formazione della sezione italiana del Movimento Sociale  Europeo, che avrebbe dovuto essere un organismo capace di farsi interprete dei sentimenti dei veri fascisti2.

Ma quando ormai  a Maria Pignatelli sembrava di poter realizzare il sogno politico inseguito per anni, la malattia del principe Valerio, il peso degli anni e poi anche la morte del marito, le impedirono di dar vitalità ed impulso al nuovo organismo politico.

Il Mif aveva avuto rapporti anche con l’Argentina già dal 1947.

Il 26 giugno Eva Peron, venuta a Roma, incontrò le dame del Mif (ma voglio mettere in risalto che questo sfugge ad Annalisa Terranova quando parla di Evita).  In seguito il ”Centro de Assistencia a los  prisoneros de guerra“ di Buenos Aires inviò pacchi di viveri e vestiario, che furono poi inoltrati  ai detenuti fascisti.

Mi sia consentito un  brevissimo inciso per avere oggi un’idea delle condizioni allucinanti di sopravvivenza di taluni detenuti politici nelle carceri italiane del dopoguerra: può essere emblematica la scheda, conservata nell’archivio del Mif,  del detenuto politico Vittorio Vancini, nelle carceri di Venezia, eloquente testimonianza della “nuova civiltà” della liberazione:

«Tubercolosi traumatica in seguito a sevizie, unghie strappate con tenaglie roventi, mozziconi di sigarette  negli occhi, bruciature varie con candele e carte accese, rottura dei denti, trapanatura della schiena ». (sic!)3.

Sussidi in danaro arrivarono anche dal Brasile e dal giornale argentino in lingua italiana “Il Risorgimento “.

Nei paesi dell’America latina  trovarono rifugio, con l’aiuto del Mif,  molti ricercati italiani  e anche tedeschi. In molti di questi paesi il Mif disponeva di sezioni estere, ma punti di appoggio  esistevano anche in Egitto, in Libano e in Spagna.

Tuttavia, pur essendo impegnato a fondo in tante iniziative politiche e assistenziali, il Mif  non trascurò la preparazione politica dei giovani; i  “Centri Giovanili di Studio“ si proposero una scuola di partito per la formazione di nuove leve “capaci di portare avanti la dottrina del Duce “.

Però nel 1953 il Mif finì per confluire nel Msi.

Il 6 febbraio 1965 morì il marito Valerio. Il 10 marzo 1968 Maria Pignatelli morì in un tragico incidente stradale nei pressi di Nicasrtro (oggi comune di Lamezia Terme). Prima di morire  aveva incaricato l’avv. Verrina di depositare l’archivio del Mif presso l’Archivio di Stato di Cosenza. dove è possibile consultarlo ancora oggi.

TRADUCI: bandiera americana

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