Nov 09

Nuove elezioni è questa la soluzione preferita dagli italiani in caso di caduta del governo. La fragilità della maggioranza, al Senato, e i conflitti che animano la coalizione rendono la tenuta dell’esecutivo una questione sempre attuale. Per questo, una indagine Demos-Eurisko ha sondato, per “la Repubblica”, le preferenze degli elettori rispetto ai diversi scenari del “dopo-Prodi”. Gli orientamenti degli intervistati delineano una situazione fluida circa la geometria delle alleanze e gli stessi confini degli schieramenti. In particolare, gli elettori del neonato Pd confermano il patto con le forze della sinistra radicale e con l’Italia dei Valori di Di Pietro. Più difficile appare oggi il rapporto con l’Udeur, tanto che quasi un elettore su due, pur respingendo l’ipotesi di una “grande coalizione”, vede con favore una futura intesa con l’Udc di Casini.Il dopo Prodi. Un governo di larghe intese è la soluzione preferita dal 16% degli intervistati. Un nuovo governo di centrosinistra, invece, è visto con favore dal 13%, ma questa percentuale sale fino al 31% tra gli elettori dell’Unione e coinvolge oltre un elettore su tre del Partito Democratico. Tuttavia, la soluzione preferita dall’opinione pubblica è il ricorso alle urne (57%). Questo dato tocca la sua punta massima proprio tra gli elettori di centrodestra (73%), mentre più contenuta (42%) è la quota tra coloro che dichiarano il proprio voto per l’Unione, in generale (e il Pd, in particolare: 40%).

La prospettiva di elezioni anticipate (o di un nuovo governo) rende interessante comprendere se e in che modo muteranno gli attuali assetti dell’Unione e della CdL. In particolare, per un partito “nuovo”, come quello di Veltroni, si apre la questione delle alleanze “possibili”. Il sondaggio ha indagato quali forze siano maggiormente gradite dall’elettorato del Pd in un’ottica di coalizione.

Le alleanze del Partito Democratico. L’Italia dei Valori di Di Pietro è “scelta” come alleato da sette elettori del Pd su dieci. Seguono le forze della Sinistra (Rifondazione Comunista, i Verdi, il Pdci) che un elettore del Pd su due vede come possibili partner. L’elettorato del Pd, dunque, si presenta aperto rispetto alle formazioni che compongono l’attuale maggioranza di governo: l’unica eccezione, in questo senso, sembra riguardare l’Udeur. Appena il 29% confermerebbe l’intesa con il partito del Guardasigilli, cui viene preferita l’alleanza con l’Udc di Casini. Ben il 46% degli intervistati si dice pronto, infatti, a rivedere la maggioranza uscita dal voto del 2006, superando, al centro, l’attuale perimetro dell’Unione. Solo una piccola componente, invece, immagina intese ancora più “larghe”: l’8% “aprirebbe a Forza Italia e appena il 3% alla Lega Nord. Va sottolineato, allo stesso tempo, come una componente non trascurabile, fra i “democratici”, ribadisca la vocazione “maggioritaria” del partito: il 38%, infatti, sarebbe disponibile a sostenere una competizione elettorale solitaria, senza concludere alleanze “preventive”.

La prospettiva degli alleati. La stessa questione, infine, è stata affrontata dal punto di vista degli attuali partner del Pd, rilevando come i loro sostenitori valutino le possibili alleanze della formazione guidata da Veltroni. Rispetto al totale dell’elettorato dell’Unione, la Sinistra Radicale si orientata maggiormente verso una conferma dell’attuale alleanza di governo, anche se con una “sostituzione al centro” tra Udc e Udeur. Anche fra coloro che destinano il proprio voto agli “altri partiti” del centro-sinistra, le preferenze rispondono ad una logica di riedizione dell’attuale maggioranza, sebbene anche in questo segmento la difficile “coabitazione” con l’Udeur sembri richiamare le tensioni di questi giorni.

Nov 02

Parlamentare,  quanto ci costi! Oltre 500 euro al giorno per ogni senatore, 492 per ogni deputato. Un bel patrimonio, considerando che ogni parlamentare rispetto al lavoro effettivamente svolto in questi diciotto mesi ha avuto in busta paga tra i 147mila e 198mila euro in più.L’aula del Senato Numeri che in tempi di antipolitica fanno effetto. Se si pensa anche che una segretaria part time guadagna al mese quello che percepisce al giorno un senatore, si comprendono le polemiche di queste settimane. Ecco allora che da questa estate i costi e le spese della politica rappresentano l’argomento che fa più presa sul pubblico. I talk show fanno il pieno quando si passa ai raggi x il portafoglio dei politici. Opinionisti, uomini di spettacolo, come lo stesso Beppe Grillo, adunano folle quando prendono come bersaglio i costi del Palazzo. Basta un accenno, una semplice accusa per alzare un polverone di polemiche e critiche. Basta dare un’occhiata a stipendi, retribuzioni, tempi di lavoro e di non attività. Tutto conferma che per i nostri parlamentari la vita è da nababbi. E fino ad ora tutti i tentativi per ridurre le spese si sono dimostrati davvero blandi.

L’ultimo in ordine di tempo prima dell’estate scorsa quando Camera e Senato hanno cercato di darsi una regolata. Tutto bene: riduzione dei vitalizi, allungamento dei termini per godere della pensione. Ma con un solo problema: tutto avrà effetto solo dalla prossima legislatura. Quindi almeno per adesso le cifre rimangono alte. Inoltre a contribuire a questa difficile situazione anche un governo che con il suo esercito di ministri, sottosegretari, consulenti e assistenti ha battuto ogni record. Però a cadere nell’occhio del ciclone sono sempre i parlamentari. Loro che, come prevede la legge, sono “costretti” a percepire stipendi di tutto rispetto. Ogni deputato nella sua personale busta paga si trova al mese 14.779,60 euro tra indennità, contributi per la segreteria e rimborsi vari. Un po’ meglio stanno i senatori che arrivano a totalizzare 15.628,05 euro. Cifre che più d’una volta sono state motivo di critiche e di lunghe discussioni. Volendo fare un bilancio di questi primi 18 mesi di legislatura, ogni singolo deputato è costato al contribuente italiano 266mila 032,8 euro. Mentre per quanto riguarda i senatori, gli euro sono 274mila 824,9. Numeri interessanti che però stonano con la scarsa attività del Parlamento di questa Legislatura. Basta dare un’occhiata ai giorni di lavoro effettivo. Ogni deputato fino ad adesso ha lavorato solo 241 giorni, e di conseguenza avrebbe dovuto percepire solo 118mila 728,65. Ben 147mila 304,15 euro in meno rispetto a quanto guadagnato finora. Più della metà dello stipendio. Ancora più evidente la sproporzione tra guadagni e tempo effettivo di lavoro per i senatori. Questi per i 151 giorni di lavoro avrebbero dovuto intascare “solo” 75mila 831,315 euro. Ed invece si ritrovano con 198mila 993,585 euro in più.

Nov 02

Dodici giorni, un solo voto. E appena quattro sedute. Attraversare i corridoi di Montecitorio in questi giorni mette una bella desolazione!

E va bene che è lunedì e i deputati devono curare il rapporto con il loro collegio elettorale, anche se non esistono più. E passi per il fatto che il primo giorno della settimana di solito è deputato ad accogliere gli elettori, ascoltare le loro richieste. E va bene anche questo. E vada pure per le fatiche, per lo stress della Finanziaria che sta per arrivare, bisogna pure allenarsi e prepararsi. E va bene, va bene tutto. Ma anche stavolta, come l’anno scorso, per un giorno di festività, il primo novembre, Montecitorio chiude per una settimana. Domani sera scatta lo «sciogliete le righe» e vai con la libera uscita, si ritorna martedì 6 novembre. Non è ancora ufficiale ma potrebbe essere deciso così già oggi dalla conferenza dei capigruppo. Certo, si tratta di un giorno in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa, ma è pur sempre una settimana piena di vacanza. Se il calendario non sarà variato, dunque, a Montecitorio verrà stabilito probabilmente un nuovo record: dodici giorni, un solo voto. Infatti la Camera si è espressa l’ultima volta giovedì 25 ottobre. E che voto: ha dato il via libera a una serie di ratifiche internazionali. Niente votazioni dal 26. Probabilmente lo farà stamattina sull’assestamento di Bilancio e poi niente fino appunto al 6 novembre. E quello dovrebbe essere l’unico voto in dodici giorni. Uno solo.

E tra una settimana dovrebbero essere calendarizzate di nuovo le riforme costituzionali sulle quali sta spingendo il più possibile il presidente della prima commissione, Luciano Violante. Il progetto è arrivato in aula lunedì 22 e in tre giorni l’aula non è riuscita ancora a esprimersi una sola volta. Un po’ per il quasi ostruzionismo di Forza Italia e un po’ (forse soprattutto) perché le questioni più spinose non sono state affrontate dalla commissione e sono state rinviate all’assemblea dove un’intesa sembra più difficile. Insomma, non è detto che alla ripresa si ricominci a votare. Montecitorio s’è impantanato. O forse lo è stato sempre. Almeno dall’inizio della legislatura. Le leggi promulgate sono state appena 101 in un anno e mezzo. Tanto per avere un termine di paragone, negli stessi primi diciotto mesi della legislatura precedente, quella del governo Berlusconi, le leggi varate furono 231, più del doppio. E questo nonostante il fatto che il presidente Fausto Bertinotti abbia imposto un’accelerazione. Al compimento del primo anno di attività, nel maggio scorso, i media sono stati invasi di articoli che mettevano in risalto come Montecitorio nella nuova legislatura avesse combinato poco o nulla. Da quel momento in poi Bertinotti ha provato a cambiare marcia. Da una media di 12,7 sedute al mese si è arrivati a 14. Più riunioni ma le decisioni sono rimaste le stesse. Anzi, dalla fine dell’estate i deputati hanno combinato ben poco: appena sette le leggi approvate.