Set 03

Prodi è un grand’uomo. Anzi, grandissimo. Difatti è la chiara dimostrazione della fallacia di quella obiezione che si rivolgeva ai sostenitori delle “caste chiuse“: “e se il figlio del re è un cretino“? Prodi non è “figlio di re“. Ma, cionondimeno, è diventato Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana (due volte) e Presidente della Commissione Europea (una volta).Di intelligente, è “intelligentino“. Ma il nostro sopperisce con la “furbizia“. E, soprattutto, con la “perfidia“. Peccato gli manchino gli “attributi“. Purtroppo, in fatto di coglioni, il nostro ne è completamente sprovvisto. Ragione per cui, perfino le cose più ovvie, dette e sostenute da Prodi, diventano materia evanescente, frutto di snervanti trattative al ribasso. Parole in libertà? Prendete la sua ultima esternazione su Hamas. Prodi ha ripetuto le stesse medesime cose che va dicendo Massimo D’Alema, il nostro Ministro degli Esteri. Intendiamoci: Massimo D’Alema è un furbastro, si rende conto che a questo mondo comanda USA/Israel e si adegua. La prova più eclatante l’ha fornito dando la possibilità agli aerei USA di bombardare la Serbia partendo dalle basi italiane. Anzi facendo partecipare i nostri bombardieri. E, anche sul resto, D’Alema si adegua ai voleri di USA/Israel. Solo che, di tanto in tanto, osa affermare delle cose ovvie. Ovvie e scontate. E, se attaccato, si difende. Arrivando, perfino, a parlare di una particolare “lobby ebraica“.

I casi più eclatanti sono avvenuti in occasione della sua visita a Beirut. In quella circostanza, D’Alema fu visto a braccetto di alti esponenti di Hezbollah. E, a chi lo criticava, rispose: “noi dobbiamo mandare 3.000 soldati italiani in Libano. Volete forse che, in simili circostanze, io non parli con tutte le componenti della società libanese“? Altra circostanza sulla necessità di tenere “aperto un canale di colloquio con Hamas“. Anche in tale circostanza piovvero critiche. Ma D’Alema insistette nel sostenere la bontà della sua “visione“. Continua »

Set 03

Quando si finge di non avere più nemici, quelli risoluti e in armi, si rischia la deriva.
Si pensi all’Europa Occidentale dopo il 1945. Ha retto per circa un quarantennio, in termini di coesione interna, dopo trent’anni di guerre intestine. Per iniziare a dissolversi, appena l’ Unione sovietica ha mostrato i primi segni di cedimento. E attenzione: il processo di dissoluzione politica (legato alla mancata designazione del nemico “mortale”, come impongono le “leggi” del politico) è stato indipendente dallo sviluppo della cosiddetta Europa di Maastricht. Fondata sostanzialmente sul predominio non dei popoli ma di alcune ristrette oligarchie politiche, economiche e finanziarie.
Di regola, i processi di unificazione sociale, e a maggior ragione politica, devono sempre avvenire contro qualcosa o qualcuno, altrimenti rischiano di non essere tali, o comunque di favorire i pochi rispetto ai molti. E soprattutto i veri nemici. Ovviamente, un qualche nemico, fittizio deve continuare a esistere, anche per tali comunità in vacanza dalla storia. E così è stato anche per noi.
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Set 03

Siamo alla metà di agosto, ma il premio per la barzelletta dell’anno può
essere già assegnato. Dopo quello che ha detto Giuliano Amato non ce n’è per
nessuno: «Ci proponiamo di adottare la dottrina Giuliani. Combattere la
piccola illegalità è propedeutico alla lotta a quella grande».

“Tolleranza zero” (la dottrina in questione si chiama così) è stata adottata
a New York da Rudolph Giuliani quando era sindaco, e ha prodotto un crollo
verticale della criminalità in quella che era una delle città più violente
del mondo. Il programma si basa su una filosofia semplice, che due studiosi
americani misero nero bianco nel 1982, in un articolo intitolato “Broken
windows”: se in un quartiere si tollera la presenza di una vetrina rotta da
un vandalo, se non la si ripara subito e non si arresta chi l’ha sfasciata,
entro poco tempo l’intera zona sarà in mano ai teppisti. Lotta durissima
alla microcriminalità, quindi, senza indulgere in quelle scuse sociologiche
- «il difficile contesto familiare», «il retroterra sociale», «problemi
d’integrazione» - con cui la sinistra ama riempirsi la bocca: un delinquente
è un delinquente e come tale va trattato. Cosa abbia a che vedere questo
modo di affrontare la criminalità con le scelte lassiste del governo Prodi,
è il mistero gaudioso che Amato ha voluto regalarci per Ferragosto.
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Set 03

Il “Corriere della Sera” informa su un serrato dibattito sulla “Shoah” . E un poveretto, a leggere il titolo, si illude. E pensa ad un approfondito dibattito per stabilire la verità sulla “leggenda del XX° Secolo“. Niente di tutto questo. La querelle verte se sia lecito o meno arricchire la “leggenda Shoah” con episodi inventati e più o meno verosimili. E su questo gli animi si scaldano. Senza che alcuno avverta la futilità della discussione.

Mi spiego con un esempio: Giudei e Mussulmani proibiscono la riproduzione delle immagini. I Cristiani, invece, hanno creato dei capolavori artistici. Ovviamente resta il problema di fondo: credete o non credete in Jahvé, in Cristo e in Allah? E questo a prescindere se le loro immagini sono state riprodotte o meno. Per nostra fortuna, sulla “Shoah” non si può e non si deve dubitare. La si può abbellire con episodi inventati, la si può rendere più appetibile con qualche amorazzo tra nazisti ed antinazisti. Ma la Shoah non può essere oggetto di ricerca storica, di critica, di dibattito. Si deve credere. E la galera a chi non crede.

Rassicuratevi. Una volta accettata come vera la “leggenda Shoah“, siete padronissimi di non credere in Jahvé, in Cristo e in Allah. Perché, grazie a Dio, viviamo in un paese libero. Ci sono dei postacci, invece, nei quali si deve credere in Dio, ma si può dubitare della Shoah. Per questo loro, i “giudeocristiani“, si danno tanto da fare per “esportare la democrazia“. Per liberarli dalle superstizioni religiose. E per imporre a tutti la leggenda della Shoah, la religione dei millenni a venire. E la galera a chi rifiuta di crederci

Set 03

SONO DA POCO TORNATO  DA UN LUNGO VIAGGIO MARINARO CHE MI HA CONDOTTO ANCHE IN GRECIA. LA SUA DEVASTAZIONE NON E’ STATA DESCRITTA A DOVERE IN ITALIA. PER DI PIU’,

AL DANNO SI E’ AGGIUNTA LA BEFFA.

INFATTI, DA QUEL GOVERNO  E’ STATO INIZIALMENTE RIFERITO CHE, CHI HA PERSO TUTTO, SARA’ RISARCITO CON € 3.000 PER LE COSE MATERIALI, E CON € 10000 NEL CASO DELLA PERDITA DI CONGIUNTI.

SUCCESSIVAMENTE E’ STATO ANNUNCIATO CHE L’AMBIENTE DISTRUTTO SAREBBE STATO RICOSTRUITO A SPESE DELLO STATO, MA CON QUALI SOLDI NON SI SA POICHE’ LA MISERIA ECONOMICA GRECA E’ GRANDE. Continua »

Set 03

Con questo breve intervento intendo affrontare la questione dei rigassificatori - che tanto, soprattutto a livello locale, fanno discutere - da un punto di vista che trascende le pur comprensibili preoccupazioni di carattere localistico e/o ambientalista che tale questione suscita.
Cominciamo col dire che questi rigassificatori servono a chi ci vuol vendere, trasportandolo via mare, gas allo stato liquido. E questo non è il caso né del gas che arriva dalla Russia né di quello che giunge dall’Algeria… Coi gasdotti, il gas arriva direttamente dagli Stati produttori (Algeria e Russia), le cui società sono a controllo pubblico. Per di più, la trasformazione, per pressione, allo stato liquido (nonché il trasporto via nave), impone un costo aggiuntivo, quindi quei rigassificatori di cui si parla - ed il cui elevato numero (17) configura un progetto vero e proprio - ci darebbero un gas oltretutto più caro.

Infatti, il gas naturale si estrae dal sottosuolo sfruttando la pressione stessa del giacimento: si “buca” il terreno che lo tiene rinchiuso e quello risale da sé ad una pressione tanto forte che viaggia dalla Russia ai fornelli di casa nostra senza bisogno di stazioni di pompaggio (quelle invece utilizzate dagli oleodotti). Sia la Russia che l’Algeria, disponendo di gasdotti che giungono fino in Europa, utilizzano questo sistema per trasportarlo. Siccome, però, posizionare un gasdotto sott’acqua è problematico (su scala marittima già ci si riesce, mentre su scala oceanica è ancora impossibile), è stato inventato anche il trasporto in forma liquida. Il gas naturale si può liquefare (GNL) con uno speciale trattamento che, tra le altre cose, prevede temperature bassissime. Il GNL si può poi trasportare con apposite navi-cisterna, ma il ricevente deve disporre d’un rigassificatore.
I rigassificatori sono da alcuni ritenuti pericolosi, perché il gas, passando dallo stato liquido a quello aeriforme, aumenta enormemente il proprio volume. Quel che è certo è che sono costosi, che è costoso il procedimento di trasformazione e che al mondo, per ora, ve ne sono pochissimi.
Chi nell’UE vuole costruirli lo fa in nome della famosa “differenziazione” delle fonti energetiche, cioè per dipendere un po’ meno dalla Russia (ed un po’ più dall’Egitto, che sarebbe il principale fornitore di GNL dell’Italia). Per di più, non si capisce perché il gas dovrebbe arrivare da Paesi lontani (si parla anche della Birmania) quando lo abbiamo molto più vicino. Inoltre, non convincono né la ricerca di una “diversificazione” della provenienza (la “concorrenza” non porta quasi mai risparmi ai consumatori) né la loro “convenienza” (una volta costruito un rigassificatore dicono che il gas costi di meno, anche se ho i miei dubbi considerati tutti i chilometri che farebbe via mare).
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